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Perché Pangea fa Teatro dell’Oppresso a Kabul?

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ottobre 2013

Dopo alcune settimane di laboratorio teatrale, le donne che frequentano i centri Pangea hanno creato un breve spettacolo teatrale per rappresentare i problemi che vivono tutte, in quanto donne, nelle loro quotidianità. Poi hanno portato il loro spettacolo a tutte le donne dei centri Pangea per cercare insieme delle possibili soluzioni a questi problemi. Dal pubblico le donne sono state invitate ad intervenire sulla scena, salire sul palco per sostituirsi a uno dei personaggi e cercare di affrontare il problema e cambiare la situazione, affrontando il padre-padrone o il marito violento. Ognuna ha potuto proporre e sperimentare una strategia e tutte insieme, alla fine, hanno scelto le soluzioni che si sono rivelate più adatte ed efficaci.

Perchè Pangea fa Teatro dell'Oppresso a Kabul?

• Perché il microcredito è il primo e più importante strumento ma non è certo l’unico per migliorare la propria vita. E Pangea con il suo intervento vuole offrire alle donne tutti gli strumenti possibili per poter migliorare le proprie condizioni e il teatro dell’oppresso è un potente strumento di trasformazione.

• Perché parla a tutte, dalla bambina di 6 anni alla signora di 50 anni, in un linguaggio semplice ed immediato, fatto di immagini, di gesti, di storie semplici, raccontate da persone comuni, nelle quali tutte in qualche modo si identificano.

• Perché traduce la teoria in pratica. Non basta fare l’elenco dei diritti che ogni persona, uomo o donna che sia, deve godere, se poi nella pratica tutti i giorni questi diritti sono sistematicamente violati e negati. Tante volte abbiamo incontrato donne che uscivano dai corsi sui diritti umani con un bagaglio pieno di nozioni sui diritti ma anche di frustrazione e sconforto per non sapere come applicarli nella loro vita quotidiana (dove non hanno mai potuto scegliere nulla della propria vita, dove sono picchiate ogni volta da un marito troppo nervoso, troppo violento, o troppo ubriaco). Attraverso il teatro cerchiamo di capire come far vivere concretamente questi diritti, come reagire se questi sono violati, come tutelarli giorno per giorno.

• Perché permette di uscire dall’isolamento , crea forza e solidarietà tra le donne. Condannate per anni a restare chiuse in casa, nelle loro famiglie, il teatro offre un’occasione importante per poter condividere emozioni, problemi, e scoprire che la propria storia è la storia di tante altre donne. Dall’io si passa al noi, si crea immediatamente una solidarietà e una condivisione che dà alle donne una nuova forza nell’affrontare le difficoltà. Si sentono meno sole, possono confrontarsi su come affrontare al meglio alcuni problemi e identificano insieme le strade che possono portarle al superamento di quelle difficoltà. Tutto questo in modo piacevole e divertente, che le aiuta a ritrovare la serenità e a combattere la depressione di cui tante soffrono. Ogni confronto con le altre è una luce che si accende, una speranza che si rigenera (e non è poco dato il contesto in cui vivono).

• Perché permette di uscire dalla violenza a cui questo popolo è stato abituato. In una società che per decenni ha vissuto solo violenza, conflittualità, insicurezza, è normale che anche le relazioni interpersonali, perfino all’interno della famiglia, siano basate sull’aggressività e la violenza. Con il teatro, invece, le donne si esercitano per scoprire altre modalità di relazione e trovare soluzioni non violente, costruiscono una cultura del dialogo e della pace, che sostiutuisca quella della violenza.

• Perché richiede la partecipazione attiva per la soluzione dei problemi. Le donne non ricevono passivamente delle informazioni, ma devono cercare soluzioni, risposte concrete e fattibili a quei problemi. Ci sono tantissime tecniche sia per stimolare il coinvolgimento di tutte, in modo che ognuna si senta parte attiva e possa dare il proprio contributo, sia per stimolare l’immaginazione, una chiave fondamentale per costruire il cambiamento (se non si immagina qualcosa di diverso e di nuovo, come è possibile cambiare una situazione?). E, una volta conosciute diverse possibilità, ogni donna sceglierà quella che ritiene più appropriata alla propria situazione.

• Perché offre la possibilità di provare delle soluzioni e sperimentarne le conseguenze. Le donne del pubblico possono intervenire sulla scena per cambiare la situazione che trovano problematica, ma non sempre la soluzione che hanno pensato può funzionare. Anzi, a volte può creare loro altri problemi, può metterle ancora più a rischio, renderle più vulnerabili. Per questo, nell’atmosfera protetta della finzione scenica, le donne possono sperimentare qualunque strategia e scoprire subito le conseguenze di ogni azione, in modo da capire quali comportamenti ed errori bisogna evitare e quali invece possono essere le azioni o le parole più efficaci.

• Perché permette di raggiungere in poco tempo tantissime persone. Con una sola performance raggiungiamo un centinaio di donne, e molte di loro portano con sé le proprie figlie e i figli, quindi l’effetto moltiplicatore immediato. E in un paio d’ore si parla di tantissime questioni, partendo dall’analisi dei problemi, dei responsabili e delle cause che li originano, all’elenco delle possibili soluzioni.

Perché le donne che sono diventate attrici diventano un modello per le altre. In un paese in cui le donne devono rimanere coperte, non possono concedersi nessun piacere né tantomeno esibirsi, le donne che si sono lanciate in quest’impresa e sono diventate attrici del loro spettacolo, hanno rotto un tabù culturale e hanno lanciato un forte messaggio alle altre. Hanno sentito che raccontare la propria storia può essere di aiuto a tante altre donne. Hanno capito che per cambiare la situazione delle donne devono iniziare prima di tutto da se stesse, avere il coraggio di mettersi in gioco, lasciare la vecchia strada per percorrerne una nuova. E la sicurezza che hanno acquisito in se stesse sarà sicuramente contagiosa per tante altre.

• Perché il problema della violenza sulle donne non è un problema di donne ma di tutta la società e riguarda in primis gli uomini. Chi l’avrebbe mai detto che a Kabul, in un centro donna, al teatro-forum un uomo volesse salire sul palco per aiutare la protagonista ad affrontare il marito violento? E se succede in Afghanistan, perché non in Italia, dove molti uomini avrebbero finalmente la possibilità di agire concretamente contro la violenza, per mostrare che essere uomo non significa essere violento, per capire quali sono i meccanismi che originano la violenza e per parlare a quegli uomini che maltrattano (o hanno maltrattato) le loro compagne, mogli, vicine.

Nei centri donna a Kabul, di fronte ai problemi messi in scena, c’è tanta rabbia da parte delle donne che partecipano allo spettacolo. Ed è proprio questa rabbia che vogliamo raccogliere e trasformare. I loro volti raccontano di una gran voglia di porre fine alle tante violenze, di cambiare una situazione inaccettabile e di vedere una nuova società, più equa e rispettosa nei confronti delle donne. La volontà c’è, ora si tratta di lavorare insieme per capire come. Il teatro è finito. Ora inizia il cambiamento.

Claudia Signoretti
Coordinatrice Programma Afghanistan e Programma India di Fondazione Pangea Onlus